Sono tempi “contagiosi” e per certi versi “contaminati”.

Tranquilli tutti non siamo all’interno della curva epidemiologica tanto cara, di questi tempi, a commentatori di bassa qualità, fancazzisti e fini dicitori delle umane miserie, bensì nella più vasta area di quelle persone, uomini e donne, che nell’arco di almeno tre generazioni, popolano abitualmente la vita notturna delle nostre città.

Quelli che un tempo, dai 18 ai 25 anni, venivano ricompresi nella fascia dei “nostri ragazzi” e che oggi vedono quei limiti anagrafici estendersi da un lato ai 15 anni e dall’altro almeno fino ai 40.

Quelli che in attesa di un lavoro “regolare”, fuori dalle aree di parcheggio delle istituzioni scolastiche di livello universitario, si prodigano nell’arte di arrangiarsi per portare a casa la classica “michetta” di milanese memoria.

Quelli che cliccano e “lovvano”, “taggano” e “what’s uppano” fieri di interpretare il pensiero altrui esprimendo, con neologismi irripetibili ai cultori dell’italico idioma, quanto ritengono di aver appreso nel fiorente dibattito tra internauti sui social su questo o quell’altro importantissimo problema della vita contemporanea.

Quelli che, senza macchia e senza peccato, senza aver scagliato la prima pietra, ai più finanche sconosciuta anche solo come riferimento lessicale, si ritrovano di fronte ad un mojito, uno spritz oppure un gin tonic, a dondolarsi, quasi sempre ben vestiti, secondo i nuovi canoni dell’eleganza alternativa.

Quelli che a fine serata rientravano a casa propria, nelle famiglie spesso già adagiate tra le braccia di Morfeo, per trascorrere le successive ore in un meritatissimo riposo fino ad ora di pranzo, e che ora dovranno fare una rivoluzione culturale oppure una sospensione dei termini almeno fino al 3 Dicembre, data di presunta cessazione del disposto divieto di circolazione causa COVID 19.

Quelli che spesso confondono le pulsioni sessuali con turbamenti sentimentali cercando di giustificare le sempre più frequenti “debacle” prestazionali con le pressioni che subiscono da quella che un tempo veniva definita “cotta” per la compagna di giochi o di studio.

Quelli che… ora basta. A quelli siamo stati noi ad impartire l’educazione, i valori, i sentimenti principali, le buone maniere ed il senso di responsabilità.

A noi che facciamo troppo spesso di ogni erba un fascio.

A noi che abbiamo il timore di dover ammettere il fallimento della nostra missione genitoriale.

A noi che spesso troviamo giustificazione ai nostri personali fallimenti ed insoddisfazioni, nel rapporto con loro che, al contrario, vorrebbero ritrovarsi nel nostro esempio.

A noi che forse abbiamo la necessità di recuperare credibilità di fronte a generazioni senza futuro perché il futuro avremmo dovuto essere noi a costruirlo per loro. A noi non resta altro che ammettere il fallimento di quanto fatto in nome della emancipazione sociale, della evoluzione culturale, del carrierismo e del relativismo a 360°, guardandoci allo specchio e rimboccandoci le maniche per ricominciare da capo cercando di offrire per lo meno uno spettacolo più decoroso e dignitoso almeno sul viale del tramonto, sperando in loro e nella loro capacità di rideterminarsi in nome di Dio.

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